VENTIDUE ANNI FA CI LASCIAVA JAMES HUNT

gabrieledi Gabriele Mutti

Il 15 giugno 1993 moriva per un attacco cardiaco, in piena notte e a casa sua, James Hunt. Il campione del mondo 1976 sulla McLaren, dopo un’accanita battaglia con la Ferrari di Niki Lauda, aveva perso un sacco di soldi nello scandalo dei Lloyds di Londra. James aveva investito male quasi tutto il denaro che possedeva ma riusciva a prendere tutto con grande filosofia. Non aveva mai dato l’impressione di essere triste e amareggiato per questo. Poco dopo essersi ritirato dalle corse nel 1979 dopo uno scialbo GP di Monaco con la Wolf, iniziò a commentare le corse per la BBC e nel 1990 iniziò a fare l’opinionista per la Formula 1 sul settimanale inglese ‘Auto Express’.

Le sue osservazioni e i commenti durante i Gran Premi erano quelli tipici di uno che conosceva molto bene l’ambiente in cui si stava muovendo: avevano un’autenticità difficile da trovare in quel periodo a livello di media girando per il paddock della Formula 1. Quando i giornalisti andavano a trovarlo a casa sua lui era sempre molto gentile, e le conversazioni avevano luogo di solito di fronte a un tè coi pasticcini. Aveva una grande casa con giardino a Southfields, nei pressi di Wimbledon. I suoi amati pappagallini cinguettavano in cucina e un Cacatua si molleggiava da una zampa all’altra su una sedia a sdraio vicino agli ospiti. Aveva un becco aguzzo. Era abituato a nascondersi nella parte posteriore del furgone Austin A35 di Hunt in attesa di un dito randagio da mordere e spesso Hunt se lo portava dietro nelle sue escursioni al pub.

Un giornalista raccoglieva le sue impressioni in modo da scrivere la classica colonna settimanale su ‘Auto Express’. A quel tempo suo fratello, Peter Hunt, era il suo manager e andava fatto leggere il testo a lui prima di pubblicarlo. A parte questo, James era un perfetto gentiluomo. Si faceva sempre trovare al telefono e, se si era corso in Europa, diceva al giornalista di ‘Auto Express’ di raggiungerlo il lunedì sera a Southfields.

Poi morì. Accadde nelle prime ore di martedì 15 giugno 1993, all’età di soli 45 anni. Fu subito dopo il GP del Canada, che aveva seguito quella domenica dopo una pedalata in bicicletta fino allo studio della BBC a Londra. Chi parlò con lui al telefono il lunedì sera lo sentì stranamente stizzoso. Il fatto che Senna fosse soltanto ottavo sulla griglia di partenza lo infastidiva e per lui la gara era finita al sessantatreesimo giro, quando il brasiliano si era ritirato per un problema elettrico. Elogiò la vittoria di Alain Prost (‘Ho visto il vecchio Prost di una volta’) e il tatticismo di Damon Hill, terzo al traguardo: ‘Ha avuto una buona partenza – disse – ed è riuscito a rimanere davanti alle Benetton di Schumacher e Patrese’.

Poi criticò quel pilota inglese – meglio non dire il nome – che disse che il circuito canadese intitolato alla memoria di Gilles Villeneuve era il suo preferito. ‘Io non ho mai avuto un circuito preferito. Devi saper essere in grado di saper andare forte ovunque. Chi dice di avere un circuito preferito è una pippa’. La mattina seguente, Peter telefonò ai giornalisti per dire che suo fratello aveva subìto nella notte un attacco di cuore che gli era stato fatale. Molti rimasero senza fiato e qualcuno pensò di essere stato l’ultimo a parlare con lui…

Una funzione religiosa in sua memoria si svolse nella chiesa di St. James a Piccadilly nel mese di settembre dello stesso anno in cui lui morì. Vi presero parte più di seicento persone e alcuni giornalisti erano seduti nell’anello superiore della chiesa accanto al direttore di Auto Express, Andrew Bordiss. Sul livello opposto, nell’altra navata, sedeva una fila di donne bionde. Erano tutte assolutamente stupende, col velo nero a coprire il volto e i fazzoletti intrisi di lacrime. Bordiss diede una gomitata a un collega che lavorava con lui. ‘Pensi che …’ sussurrò. ‘Oh, sì – disse l’altro – ognuna di loro’.

 

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