30 ANNI FA, ADDIO A RATZENBERGER E A SENNA

“Magic” Ayrton Senna, nato il 21 marzo del 1960, ci è stato portato via un crudele destino, per sempre, il 1° maggio del 1994, mentre con la sua Williams-Renault era in testa al GP di San Marino. Noi vogliamo ricordarlo per la determinazione con cui fino all’ultimo si battè per la sicurezza dei piloti di F.1.

Il week end di Imola iniziò sotto pessimi auspici. Al venerdì Barrichello ebbe un terribile incidente con la Jordan alla variante bassa. Finì in ospedale e quando riaprì gli occhi la prima persona che vide fu proprio Senna: “Amico mio – gli disse – non farmi prendere mai più uno spavento così”. “Fu l’ultima volta che lo vidi” ricorda ancor oggi Rubens. Al sabato andò anche peggio. Mentre Senna e Schumacher stavano lottando per la pole position, alla curva Villeneuve la Simtek dell’austriaco Roland Ratzenberger uscì di pista uccidendolo sul colpo. La Formula 1 non conosceva lutti dal 15 maggio 1986, quando morì Elio de Angelis, durante alcuni test con la Brabham al circuito Paul Ricard in Francia.

Senna fu l’unico tra i piloti a recarsi sul luogo del disastro di Ratzenberger. E decise che in ricordo del collega scomparso, se avesse vinto il GP di Imola, durante il giro d’onore, avrebbe sventolato due bandiere, la sua brasiliana e quella austriaca, che fece mettere nell’abitacolo della sua monoposto. Ma il destino quel giorno aveva deciso diversamente. E proprio Senna era stato l’unico quasi due anni prima, a Spa, il 28 agosto 1992, durante le qualifiche del Gran Premio del Belgio, ad andare in aiuto di un collega. Il francese Erik Comas era andato a sbattere violentemente con la sua Ligier contro le barriere nella zona di Blanchimont e rimase incosciente per alcuni istanti. Ayrton Senna, accortosi della gravità dell’incidente, fermò la sua vettura e soccorse immediatamente il pilota francese, mettendo a repentaglio la propria vita.

Senna aveva fatto modificare il piantone dello sterzo della sua Williams per rendere più confortevole la sua posizione nell’abitacolo. Fu saldato un tubo più piccolo in materiale povero che dopo le varie sollecitazioni sullo sterzo durante alcuni giri dietro la Safety Car, entrata in pista per un incidente al via, cedette di colpo mentre Senna stava affrontando la veloce curva del Tamburello. Senza controllo la Williams uscì di pista e urtò il muro. Una ruota si staccò dalla monoposto e lo spuntone della sospensione penetrò come una lama micidiale tra la visiera e il casco di Senna, procurandogli fratture e ferite gravissime al capo. Senna perse conoscenza e non si sarebbe ripreso più.

E il destino volle che proprio lo stesso Comas si ritrovasse solo in pista quel tragico giorno ad Imola al volante della sua Larrousse: piombò con la sua monoposto sul luogo dell’incidente che poi sarebbe stato fatale a Senna, con la pista invasa da ambulanze, mezzi di soccorso e persino da un elicottero e gli fu sventolata la bandiera rossa. Si era fermato ai box per un controllo e fu fatto ripartire quando ormai un’altra tragedia si stava consumando. Scese dall’auto, corse verso i rottami della monoposto del brasiliano, voleva ricambiare quel gesto di generosità di Ayrton ma non potè fare nulla.

Ai box, mentre l’elicottero portava Senna in ospedale, tutti i piloti riandarono con la mente all’ultimo dialogo fra Senna e Schumacher, alla consueta riunione fra i piloti avvenuta poco prima della partenza. Ayrton disse: ‘Dobbiamo fare qualcosa per aumentare il livello di sicurezza. Le nostre macchine stanno diventando troppo pericolose. Credo che una nostra iniziativa sarebbe importante. Se assumeremo una posizione comune, saranno costretti ad ascoltarci’. Poi, dopo una pausa, si rivolse a Schumi: ‘Michael – gli disse – in questo momento tu sei il leader del campionato del mondo: condividi il mio piano?’

Era la prima volta – l’unica – in cui si parlavano da pari a pari, senza che uno facesse pesare sull’altro la propria superiorità. Schumacher rispose senza indugi: ‘Sì. Tutto quello che riterrai opportuno fare in nome della sicurezza mi vedrà al tuo fianco’.

Non si parleranno mai più.

Gabriele Mutti

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