14 AGOSTO 1988: ADDIO AD ENZO FERRARI

gabrieledi Gabriele Mutti

Enzo Ferrari se ne andò in punta di piedi il 14 agosto 1988. “Morire in un giorno in cui non si stampavano i quotidiani è stato l’ultimo tiro mancino che il Drake ha voluto giocare ai suoi amici-nemici giornalisti” scrisse argutamente Marcello Sabbatini sul settimanale Rombo di cui era il Direttore responsabile. Raccontare tutta la vita di Enzo Ferrari richiederebbe un testo sin troppo esteso: ricordiamo qui soltanto gli episodi principali.

Nacque a Modena il 18 febbraio 1898 (anche se fu registrato solo due giorni dopo perché una nevicata impedì a suo padre di farne trascrivere subito la nascita all’anagrafe). Infanzia e giovinezza non furono facili per Enzo Ferrari, che perse prima il padre e il fratello e quando cercò lavoro alla Fiat a Torino si sentì negare l’assunzione.

Non si perse d’animo e fu assunto in una carrozzeria milanese, la CMN, che lo aiutò anche ad esordire come pilota. Alla fine degli Anni 20 riuscì a fondare una sua scuderia: abbandonò lo sport attivo – anche per la nascita del figlio Dino, nato dal matrimonio con Laura Garello – e riuscì a convincere l’Alfa Romeo a fargli gestire la squadra corse e ingaggiando tra gli altri l’ingegner Vittorio Jano come progettista e nientemeno che Tazio Nuvolari come pilota.

Nonostante le numerose vittorie ottenute, l’Alfa uscì di scena dalle corse nel 1937 e Ferrari fondò l’Auto Avio Costruzioni (AAC) con sede a Modena. Per cinque anni infatti per contratto con l’Alfa non poteva infatti ancora usare il nome Ferrari, cosa che avvenne nel 1947.

Nel 1950 con l’argentino Froilan Gonzales la Ferrari vinse il suo primo GP di Formula 1 in Inghilterra, battendo proprio l’Alfa Romeo e creando in Ferrari stesso dei sentimenti contrastanti, visto che con la sua auto aveva sconfitto in un certo senso il suo passato.

Nel 1952 arrivò il primo titolo mondiale con Alberto Ascari. Ma mentre le sue auto iniziavano a correre e a vincere sugli autodromi di tutto il mondo, due vicende segnarono l’esistenza di Ferrari: nel 1956 morì per distrofia muscolare l’amato figlio Dino, un valente ingegnere che progettò alcuni motori che portano il suo nome, e un anno dopo fu coinvolto nell’inchiesta giudiziaria legata al tragico incidente di Cavriana, nei pressi di Guidizzolo (Mantova), quando durante la Mille Miglia (all’epoca una gara di velocità su strada) la Ferrari guidata dal nobile Alfonso de Portago uscì di strada, probabilmente per lo scoppio di un pneumatico, provocando la morte del pilota, del suo coequipier il giornalista Edmund Nelson e di una dozzina di persone, fra cui molti bambini, che si erano assiepate ai lati della strada per vedere passare le auto in gara.

Ferrari alla fine uscì assolto da tutte le accuse, ma le polemiche furono enormi e durarono a lungo. Intanto dalla relazione con Lina Lardi nel 1945 era nato un altro figlio, Piero, che prese il solo cognome Ferrari solamente dopo la morte del padre dopo avere portato fino al 1990 i due cognomi di Lardi Ferrari (la madre di Dino, Laura Garello, era morta nel 1978).

Il “Drake” come era ormai soprannominato fu al centro anche di vicende particolari riguardanti la gestione dell’azienda e della squadra corse: dalla “cacciata” in massa dello staff tecnico all’inizio degli Anni 60 (se ne andarono anche ingegneri di spicco come Carlo Chiti e Giotto Bizzarrini e fu nominato responsabile unico del reparto corse un giovane laureato, Mauro Forghieri) al clamoroso rifiuto alla Ford di far diventare la sua azienda un “satellite” del marchio di Detroit.

Sarà invece la Fiat ad entrare progressivamente a partire dalla fine degli Anni 60 nel pacchetto azionario della Casa di Maranello, dando un contributo rivelatosi poi determinante per la sopravvivenza dell’azienda. Autodefinitosi “agitatore di uomini”, Ferrari perse piloti del calibro di Lorenzo Bandini (1967), Ignazio Giunti (1971) e Gilles Villeneuve (1982) in terribili incidenti in corsa e in prova, ma dimostrò una grandissima forza d’animo pur messo di fronte a situazioni così drammatiche. Va ricordato anche lo spaventoso incidente del Nuerburgring (1976) nel quale rimase gravemente ustionato l’austriaco Niki Lauda, che riuscì quasi come una sorta di redivivo Lazzaro a rientrare alle corse in quaranta giorni, lottando fino all’ultimo – invano – con la McLaren dell’inglese James Hunt per la conquista del titolo mondiale. Un altro terribile incidente fu quello di Pironi ad Hockenheim (1982) che pose fine alla sua carriera di pilota in Formula 1.

Fu anche autore di gesti clamorosi contro i vertici dello sport automobilistico. Nel 1964 non esitò a restituire la licenza di concorrente alla CSAI per protesta per il mancato appoggio presso la FISA della sua domanda di omologazione del modello 250 Le Mans fra le Sport, per cui negli ultimi due GP della stagione (USA e Messico) le Ferrari di Surtees (che poi vincerà il titolo mondiale) e Bandini corsero con i colori bianco e blu del team NART di Luigi Chinetti, importatore del Cavallino per gli States.

Nel 1986 per alcune divergenze di vedute con gli altri team della FOCA (la Formula One Constructors Association) non esitò a convocare a Maranello i “garagisti” inglesi come era solito chiamarli lui mostrando loro una monoposto di Formula Indy fatta approntare in quattro e quattr’otto, dicendosi pronto a lasciare la F1 se non avessero tenuto conto delle sue richieste: quella monoposto in realtà non corse mai, ma dal punto di vista psicologico e “politico” indusse i i “garagisti” a più miti consigli nei confronti del “Drake”.

Intanto però nella seconda metà degli Anni 80 le condizioni di Ferrari iniziarono progressivamente a peggiorare. Nel giugno del 1988 Papa Giovanni Paolo II si recò in visita agli stabilimenti di Maranello per incontrarlo. Ferrari però era già troppo malato, i due così ebbero solo una conversazione telefonica, con grande dispiacere di Ferrari che desiderava quell’incontro da tempo. Enzo Ferrari morì come abbiamo detto il 14 agosto 1988 all’età di novant’anni. La notizia della sua morte, seguendo le sue volontà, fu divulgata solo a esequie avvenute. Il funerale si svolse in forma strettamente privata, senza corteo e alla presenza dei soli amici e parenti intimi. Ferrari fu tumulato nel cimitero di San Cataldo, a Modena, accanto alla tomba del suo amato figlio Dino.

Poco meno di un mese dopo, al GP d’Italia a Monza, le due Ferrari di Gerhard Berger e Michele Alboreto si piazzarono al primo e al secondo posto, dedicando quella vittoria alla memoria dell’indimenticabile Drake.

(foto accanto al titolo nella home page per gentile concessione di wikipedia)

 

 

 

 

 

 

 

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